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L'acqua e la terra

immagine ingrandita Tinche (apre in nuova finestra) L'acqua a Pralormo prende forma nelle peschiere, diffuse in tutto il Pianalto ma maggiormente concentrate verso i comuni di Carmagnola, Poirino, Pralormo, fra la statale Torino Alba e il Rio Secco. Questi bacini artificiali o semiartificiali, per lo più collocati nei pressi delle cascine e delle borgate, nascono dalla necessità di raccogliere la maggior quantità d'acqua piovana e di scolo possibile da destinare all'irrigazione e all'abbeveramento degli animali. Pralormo infatti come quasi tutti i comuni dell'altipiano è caratterizzato dalla mancanza di torrenti e dall'isolamento dalle acque superficiali scendenti dalla catena alpina.

Fortunatamente il carattere argilloso della nostra terra rossa permette la creazione di questi invasi caratterizzati da un'ottima tenuta: attualmente vengono utilizzate per l'irrigazione ma ancor più che nel passato per l'allevamento delle tinche, funzione da cui deriva il nome peschiera. La superficie delle peschiere che si prestano all'irrigazione varia circa da 4.000 a 10.000 mq., mentre per le loro dimensioni solo due bacini della zona escono dall'ordinario e vanno considerati a parte: il lago della Spina e quello di Ternavasso. Per la loro realizzazione si sfruttavano anche depressioni naturali che venivano sbarrate sui restanti lati. La profondità media non supera i 2.50-3.00 m. perché se da una parte favorisce una maggiore raccolta d'acqua per l'irrigazione dall'altra una maggiore profondità danneggia l'allevamento delle tinche.

La Tinca (in dialetto "tenca") è il pesce di acqua dolce che meglio si adatta all'allevamento nelle peschiere. Ha un corpo piuttosto massiccio con le pinne brevi e molli e quella caudale ottusa. Le squame sono minute ed il colore è variabile, di solito è di un verde olivastro, lavato di giallognolo, ma si vedono esemplari rosso dorati con o senza macchie nere. Nelle peschiere di Pralormo viene allevata la tinca gobba dorata del Pianalto, che si distingue dalle altre varietà per l'aspetto e per il sapore della carne: infatti a differenza delle tinche di risaia o provenienti da peschiere site in terreni meno argillosi di quelli dell'altipiano, quelle gobbe dorate non presentano sapore fangoso.

Affrontando il tema delle peschiere e dei bacini artificiali è necessario soffermarsi sul lago della Spina che mutua il suo nome dal omonimo Santuario della Spina. I primi lavori per la realizzazione del lago iniziarono nel 1827 per iniziativa del conte Vincenzo Sebastiano Beraudo, purtroppo queste prime opere andarono perse. Nonostante ciò l'ambizioso progetto di creare un bacino artificiale per l'irrigazione dei prati circostanti non venne abbandonato e qualche anno più tardi per iniziativa del conte Carlo Beraudo e del Marchese Ferrero della Marmora, consignore di Pralormo, si ricominciarono i lavori. La direzione di questi venne affidata all'ingegnere idraulico Cavaliere Barabino, che realizzò un'opera di enorme prestigio non solo per le dimensioni, ma anche per l'ingegnoso meccanismo d'irrigazione di cui dotò l'invaso. Infatti realizzò un sistema di irrigazione che tramite un galleggiante raccoglieva solo l'acqua più superficiale "più fertile", evitando di tagliare la diga tutte le volte che fosse necessario irrigare. Il bacino ha una superficie di 120 giornate piemontesi di terra ed è posto nella valle del Rio Torto; l'argine è di 20m. d'altezza, 50 m. di larghezza alla base e 300 m. di lunghezza. Nel lago confluiscono le acque del rio Torto e del Rissarasco che un tempo venivano convogliate attraverso un tunnel in muratura oggi non più utilizzato. Dopo l'alluvione del novembre 1994 e i danneggiamenti alla diga in terra battuta, il livello del bacino viene mantenuto basso. Tuttavia il lago e tutti boschi che lo circondano costituiscono un patrimonio ambientale preziosissimo, che valorizza il territorio.

Parlando dell'acqua sorge spontanea la necessità di parlare della nostra terra rossa di natura argillosa. Una terra come abbiamo visto particolarmente adatta alla realizzazione di peschiere per la sua impermeabilità, ma particolarmente ostile ad essere lavorata in modo intensivo per scopi agricoli; ma fortunatamente è stata da sempre un ottima materiale per la fabbricazione di mattoni, al punto che tale attività ha oggi assunto risvolti industriali.

Troviamo cenni storici sulla presenza di fornaci "domestiche" anche in un atto di vendita del 1342 fra i consignori di Pralormo, in cui fra i vari beni e possedimenti viene citata una fornace, con la relativa argilla e gli edifici necessari per la cottura dei mattoni. Questa fornace deve essere stata molto importante e soprattutto devono esservi stati cotti mattoni per così tanto tempo da lasciare traccia nella toponomastica; infatti in località Carpeneto (probabile luogo di ubicazione della fornace) ancor oggi si trova una zona denominata "furnasa". Lo stesso castello aveva all'interno una fornace di cui rimane traccia in una controversia tra i consignori. Oggetto della lite l'eccessiva vicinanza della medesima ad un pagliaio, con il conseguente pericolo di incendi. Sovente piccole fornaci "domestiche" venivano costruite direttamente sui siti dove si volevano erigere case o altri edifici.

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